Riflessioni sul PD

12.07.2014 16:19

E’ passato un mese dalla catastrofe elettorale alle amministrative, ma il PD livornese non mostra segni di una discussione adeguata all’entità della botta ricevuta. E’ stata fatta un’assemblea di iscritti, affollata ma senza capo né coda, ovvero senza introduzione e senza conclusioni, né decisioni, ovvero uno sfogatoio di stati d’animo e impressioni a caldo. Forse necessaria, ma certo non sufficiente. E poi tante microdiscussioni, nei circoli, tra i segretari dei circoli, nelle mailing list del comunale. Tutto a porte chiuse. Assurdo.

 Sono gli elettori del PD che ci hanno mandato il duro messaggio della sconfitta elettorale, ma noi chiudiamo le porte agli elettori, non vogliamo discutere con coloro che hanno scelto di non votarci più e vorremmo recuperare il loro voto? Ma per favore !  Siamo ancora a prendercela con i danni prodotti dai media, come se fossimo un secolo in ritardo. Il PD vuole essere il partito che governa la città? Come può ragionevolemnete pensare che i temi, i metodi, le discussioni politiche conseguenti alla legittima pretesa di svolgere questo ruolo siano discussi in privato e non in pubblico, in percorsi tutti interni, quando non carbonari, di gruppi e gruppetti tutti settari e autoreferenziali?

Veniamo poi ai contenuti della discussione di cui ci sarebbe bisogno, alle domande giuste da fare, semplici e inevitabili, se il PD livornese vuole uscire dal pantano, che non vengono poste: perché è successo? Perché un partito che prende oltre il 53% alle europee, lo stesso giorno e negli stessi seggi prende uno striminzito 35% alle amministrative? Da dove ripartire? La discussione ruota invece intorno ad altre domande: commisariamento, si o no? Dimissioni, si o no? Congresso si o no? Tutte domande inutili e capziose, che interessano solo a chi deve conservare qualche ruolo o parvenza di esso o è prigioniero di logiche di corrente. Il commissariamento, infatti, non è formalmente possibile, perché non ricorre una casistica tra quelle previste dallo Statuto, quindi di che cosa stiamo parlando? Le dimissioni, si dice, non devono essere una resa dei conti, e via con tutta la cortina fumogena del “c’è disogno di tutti”, ecc. Di che cosa stiamo parlando ? In tutti i partiti democratici e di sinistra in Europa e nel mondo, il gruppo dirigente che perde, lascia il campo immediatamente, e si fa da parte, anche se è un fior di gruppo dirigente e ha perso a testa alta (non è peraltro il nostro caso), unicamente e proprio per favorire una discussione aperta e serena. Chi non lo capisce, drammatizza,  pignoleggia su norme e passaggi, può farlo solo per ingenuità o per ipocrisia. Anche su cosa significa “gruppo dirigente”, non ci dovrebbe essere bisogno di tanti discorsi. Il tracollo c’è stato alle amministrative? Dunque è facile arguire che l’insoddisfazione degli elettori riguarda l’incapacità dimostrata a livello amministrativo; “il gruppo dirigennte” responsabile di questa incapacità è costituito dal nucleo di amministratori locali del PD, che hanno avuto in mano il governo della città e dagli organismi di partito che avrebbero dovuto o saputo incalzarli e non l’hanno fatto o non ci sono riusciti, sembra ovvio.

Ci si sveglia ora ad evidenziare che gli organismi non sono stati formalmente convocati. Giusto. Gli organismi. Ma quali? quelli che hanno assistito, sulla stampa, da dicembre a marzo, all’incredibile balletto delle candidature di Concita De Gregorio-Emanuele Rossi- Giuseppe Angella-Gianfranco Simoncini-Paolo Dario-Marco Ruggeri, senza essere mai convocati, se non a cose fatte e senza fiatare? Parliamo di quell’organismo lì, che è stato trattato alla stregua di un tappeto e che non ha mai mostrato l’orgoglio di un vero organismo? Un organismo dirigente non può rivendicare il suo ruolo, per quanto legittimo, a seconda dei casi o a comodo. O sempre o mai. E quindi, risparmiateci il computo dei percorsi corretti, ora, perché, in passato, la correttezza dei percorsi ve la siete dimenticata troppe volte.

Ora, nella confusione generale, si moltiplicheranno sedi di discussione parziali: correnti, che valuteranno che cosa conviene fare, circoli che sono pressati da gruppi di iscritti: via libera alla seduta di autocoscienza, guidate dalle buone intenzioni (quelle di cui sono lastricate le vie dell’inferno): ascoltiamoci, abbiamo bisogno di occasioni per condividere il nostro stato d’animo, eccetera. Il punto è che questa discussine non ha una traccia, una linea guida e, quindi, inevitabilemente, non concluderà niente. Perché la discussione sia utile, occorrerebbe che il partito pretendesse un documento, una base di discussione. Potrebbe essere proposto dalla segreteria comunale uscente, oppure dal gruppo consiliare, con o senza il visto del regionale. Ma una base. Altrimenti la discussione senza traccia servirà solo a certificare, a posteriori, che nel PD c’è una grande libertà di discussione, ma c’è tanta confusione e idee contrastanti e quindi congelare tutto, dare tempo alle correnti di riorganizzarsi per l’ennesima lotta intestina. Naturalmente dopo le elezioni regionali, ormai imminenti, così le candidature potranno essere gestite nel modo verticistico, spartitorio e autoreferenziale che contraddistingue il PD a Livorno ormai da anni. E per far digerire l’ennesimo marchingegno è disponiblie il solito vecchio armamemtario di argomenti “ora non è il momento”; “il partito deve stare unito”; “facciamo una bella festa dell’unità e poi vediamo”; “c’è bisogno di tutti”; “abbiamo ricevuto il messaggio e capito la lezione: cambieremo, ma non chiedeteci quando e come, per favore”. 

Per riconquistare la fiducia perduta ci vuole altro.

Claudio Frontera